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La tragicommedia, ecco la vera vocazione di Bruno Dumont! Incontro con il regista

Bruno Dumont, l’autore de L’Humanité (1999) e Hors Satan (2011), non si smentisce e continua a stupire con la sua ultima opera, P’tit Quinquin, selezionata alla Quinzaine des réalisateurs dell’ultima edizione del Festival di Cannes.

Ptit-quinquin

Coloro che sono abituati a godersi l’opera del cineasta ‘bressoniano’ in piccole sale d’essai, saranno spiazzati nell’apprendere che Dumont si è cimentato, questa volta, in una commedia poliziesca realizzata per Artè e concepita come una miniserie per la televisione francese, costituita di quattro episodi di cinquantadue minuti l’uno. Ma il cineasta francese fa presto tabula rasa dello snobismo intellettuale di bassa lega: «per me non c’è nessuna differenza tra cinema e televisione: in entrambi i casi c’è una videocamera, degli attori e qualcuno disposto a guardare. C’è del buono e cattivo cinema come della buona e cattiva televisione. Sono quindi lieto che si possa apportare del valore alla televisione».

Il film è stato girato in otto settimane nel villaggio di Audresselles, nella regione natale del regista, nel Nord-Pas-de-Calais. P’tit Quinquin, un ragazzino dal volto deformato e leporino, è a capo di una banda di teppistelli che trascorrono le vacanze estive a colpi di petardi e corse in bicicletta. Un delitto efferato mette fine alla calma apparente della cittadina: del sangue umano viene ritrovato all’interno di una mucca (“è la bestia umana, comandante! – Non siamo qui per filosofeggiare, Carpentier!”). Si avvia così una strampalata inchiesta poliziesca condotta da una coppia di improbabili commissari: il comandante pare uscito da un film di Tati, è totalmente strambo e pieno di tic mentre il suo assistente Carpentier è un essere linfatico e filosofo, con la passione per le due ruote. Al primo delitto ne seguiranno altri e, mentre le vicende dei due poliziotti si incrociano con quelle dei ragazzini, vengono messe allo scoperto aberrazioni e nefandezze della cittadina: crimini di sesso, inquietanti consanguineità, razzismo, rivalità intestine. Si prendono di mira, a colpi di gag, anche le istituzioni, la polizia, l’esercito e la religione: «è un film totalmente irrispettoso, penso che ci faccia bene, che ci liberi e ci faccia sopportare ciò che è difficile tollerare. E d’altronde, non c’è giudizio, nessuno mi ha contestato nulla, perché siamo al di là di una qualsivoglia critica politica o sociologica, siamo all’interno della natura umana».

L’idea di fare una commedia è nata dalla voglia di lavorare su un film di genere e dalla riflessione sulla sua opera precedente: «io amo il film di genere, quando ho avuto voglia di fare un film horror ho fatto Twentynine Palms, quando ho fatto Flandres pensavo al film di guerra. Poi mi son reso conto che, nei miei film, la commedia è sempre stata presente là dove c’era la tragedia. Così ho deciso di tornare sui miei passi, di fare la parodia di me stesso, e sono approdato al tragicomico perché è più pieno, mi consente di toccare in profondità le cose. Se ne L’humanité abbiamo tutti i colori dell’umanità, tuttavia si resta nella tragedia. In P’tit Quinquin, invece, c’è la comicità, che fa veramente parte della vita. Continuerò a lavorare nel senso della tragicommedia».

Alla frustrazione di coloro che vorrebbero sapere chi è il colpevole dei crimini, Dumont risponde con un invito a elevarsi dalla ‘realtà’ del film offrendoci la chiave filosofica e metacinematografica per la sua comprensione: «siamo al di là di questa questione, siamo passati oltre la colpevolezza e l’innocenza, la razionalità esplode, niente è serio nel film, non c’è un’interpretazione sociologica da decriptare. Tutto è talmente artificiale e teatrale che una ricerca della verità sarebbe ipocrita: è per questo che l’inchiesta non mena a nulla e i due commissari non fanno che girare in tondo. Ciò che mi interessa, però, è che tale ricerca avvenga in una forma assolutamente accessibile: il filosofo che ricerca la verità non mi interessa, bisogna trovare delle forme terra terra alla metafisica».

L’aspetto assolutamente irreale e fantastico del film è assicurato dalle stravaganti performances degli attori: «i personaggi che popolano P’tit Quinquin sono delle astrazioni. La dimensione dei personaggi è sproporzionata, inumana, perché è questo che ci consegna il cinema: dei personaggi di una grande alterità».

P’tit-Quinquin-Poster

È sorprendente come Dumont sia riuscito ad assemblare un cast tanto eccezionale affidandosi esclusivamente ad attori di associazioni amatoriali o a perfetti sconosciuti di cui intuisce il potenziale drammatico. Per citare due esempi: P’tit Quinquin è stato recrutato mettendo un annuncio su un giornale per il casting di bambini tra gli otto e i dieci anni, mentre il comandante e il suo assistente sono dei giardinieri. Il comandante è forse il personaggio più strabiliante: «È un interprete intrigante, mi ascolta docilmente ed interpreta le mie indicazioni in una maniera fuori dall’ordinario, facendo dei gesti smisurati. Insieme siamo andati in cerca del burlesque. La camminata a falcate, per esempio, è qualcosa che ha inventato dopo che gli avevo detto che una camminata normale mi innervosiva. È dissonante e misterioso, ed è questo che è straordinario».

La ricerca della stravaganza e della straordinarietà è un lavoro che Dumont ha fatto con tutti gli interpreti del film. Il suo metodo consiste nel creare un personaggio approssimativo e di costruirlo, poi, insieme agli interpreti, affinché appaia giusto, intonato alla persona.

Dopo l’esperienza cinematografica Camille Claudel 1915 (2013), Dumont ha deciso di continuare a lavorare con le persone handicappate e ha annesso nel cast il personaggio di Dany: «L’ho trovato in un centro specializzato. Gli ho spiegato il suo ruolo e lui mi ha detto che gli interessava partecipare. Abbiamo cercato insieme come interpretare il suo personaggio. Gli ho chiesto di fare qualcosa di un po’ strano e lui se ne è venuto fuori con le sue smorfie e la giravolta che vediamo spesso. Mi ha detto che gli piaceva farlo ed è così che Dany appare vero».

La serie televisiva uscirà in Francia il prossimo settembre, mentre l’intero film di ben duecento minuti potrà contare sulla distribuzione internazionale.